Rete Invibili - Logo
Immagini della strage, la retorica non basta più
Davide Turrini
Fonte: Liberazione, 9 dicembre 2009
9 dicembre 2009


Ci vuole pazienza. Tempo e coraggio. Mostrare visivamente la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, come del resto tutte le stragi di Stato della prima repubblica, è ancora, dopo quarant'anni, questione delicata. L'importante, però, è partire da un punto oggettivo, scevro da ogni politicizzazione. Come poi saranno Piazza della Loggia o la stazione di Bologna, Piazza Fontana dalle 16 e 38 di venerdì 12 dicembre è solo un luogo del delitto. Uno scenario a posteriori dove l'elemento centrale della visione è già accaduto. Allo spettatore tocca guardare: dopo. Sembra una sciocchezza, ma oggi un ventenne o un trentenne, le stragi le vede in diretta (o in rapida differita) osservandone senza troppe mediazioni la tragica dinamica distruttiva. L'11 settembre 2001 ripreso da un cineoperatore, piuttosto che uno tsunami ripreso con un telefonino sono terribili eventi dal vivo che non lasciano spazio al dubbio. La verità del fotogramma scorre davanti agli occhi. Ovvio che chi scrive non crede alla versione ufficiale sull' 11/9 che ci ha fornito il governo americano. Ma le sequenze della diretta di quella mattina con gli aerei che si schiantano sulle torri gemelle sono elementi imprescindibili da cui partono sia i negazionisti che i realisti. Le immagini dell'accaduto sono agli atti. Le interpretazioni, colpe e responsabilità, arrivano dopo. Tanto che chi ha tentato una ricostruzione cinematografica degli eventi a latere di quel giorno ( United 93 di Paul Greengrass o World Trade Center di Oliver Stone, entrambi del 2006) è stato guardato con compassione, quasi fosse un artista naif , dedito alla copia dell'originale. Ecco che per Piazza Fontana, l'involontaria madre di tutte le stragi italiane, avendo a disposizione solo qualche campo lungo con fogli sparsi sul pavimento della banca e un paio di dettagli su lenzuoli insanguinati girati almeno un'ora dopo lo scoppio della bomba, il lavoro di cronaca come di memoria, di testimonianza come di artificio retorico, non può che essere di faticosa ricostruzione o vera e propria rielaborazione finzionale. Primo tassello testimoniale è 12 dicembre , cupo reportage inchiesta ideato da Pasolini in collaborazione con Lotta continua, girato tra la fine del 1970 e l'inizio del 1972. Scorrono le facce mute delle persone comuni in mezzo alla nebbia milanese, le parole dei familiari di Pinelli, le dichiarazioni del tassista Paolucci, colui che convinse il collega Rolandi a testimoniare di aver trasportato un uomo con una valigetta a piazza Fontana pochi attimi prima della strage. L'opera ebbe scarsissima circolazione ma rimase per almeno un quindicennio l'unico reperto d'archivio di frammentata e disomogenea ricostruzione sull'attentato alla Banca nazionale dell'agricoltura. Nel 1975 esce Bianco e nero di Paolo Pietrangeli. Il "bianco fiore" della Dc e il "nero fascista" del Msi alle origini della strategia della tensione. In pieno scontro politico anni '70, Pietrangeli racconta deciso come sia cresciuto il fascismo dopo Mussolini. Le parole sono dei protagonisti, in nero: Almirante, Rauti, il principe Borghese, l'ex ministro Scelba. L'inesistente tv francese raccoglie le loro lampanti e colluse affermazioni riguardo l'ideazione del colpo di stato e delle trame neofasciste alla base della strage di Milano e di quella di Piazza della Loggia a Brescia. Il lavoro di Pietrangeli, pietra miliare per almeno un paio di generazioni di militanti della sinistra extraparlamentare, rimase molto tempo nascosto dalla ribalta ufficiale fino ad una memorabile e clandestina messa in onda televisiva mattutina in un inverno del '97 su Rai3. Artefice della programmazione Vieri Razzini, accusatore Indro Montanelli: è un film di parte su un'Italia vista con gli occhi della sinistra di allora, la Rai doveva garantire un dibattito/confronto per spiegare tutto ciò. Tocca attendere il 1989, in pieno disgelo politico internazionale, per poter recuperare filmati dell'epoca e ricomporre un mosaico attendibile della strage di Piazza Fontana. Il chirurgo che adopera il bisturi dell'indagine è Sergio Zavoli che con la puntata de La notte della Repubblica dedicata alla bomba di Milano inizia proprio dalle dichiarazioni di un sobrio Montanelli risalenti a pochi giorni dopo il 12 dicembre '69: «non possono essere stati gli anarchici ad aver messo la bomba. Lo so perché li conosco e gli anarchici non sparano mai nel mucchio. Quell'infame attentato non è opera loro». Non bastano le rassicurazione del grande giornalista reazionario a placare gli animi su Piazza Fontana. Dopo vent'anni l'immaginario visivo di una collettività perennemente divisa non riesce ancora a prendere una forma definita. La rappresentazione per immagini è questione delicata, mutevole, in continua evoluzione. L'impasto tra voglia di verità e necessità di capirne di più si mescolano e producono nuove fonti per un immaginario postmoderno sulla strage. Il prologo iniziale del romanzo Confine di stato (Marsilio, 2006), scritto dal giovane novarese Simone Sarasso è la descrizione pulsante, dinamica, cinematografica di quello che accade mentre scoppia la bomba quel 12 dicembre '69 nel salone centrale della banca dell'agricoltura: «è una descrizione scioccante proprio perché volevo far rivivere il dolore delle vittime e dar loro voce», racconta Sarasso, «l'immaginario attorno alla strage va continuamente riattualizzato perchè ho la sensazione che i ragazzini di oggi tendano a valutare esteticamente distante quel periodo. La duplicazione dello stesso frammento che ti può apparire in un attimo su Google non ha la forza di una pagina di giornale ingiallita del 13 dicembre 1969 o del 12 settembre 2001». Sarasso, con Daniele Rudoni, è stato autore anche di una graphic novel, United we stand , su un futuro colpo di stato in Italia che ha come punto d'origine proprio piazza Fontana: «grazie al fumetto abbiamo potuto rappresentare l'irrappresentabile: la scena dell'ingresso dell'attentatore nella banca». La creatività di un nuovo immaginario collettivo si è messa in moto. E i momenti di repertorio che molti autori dell'audiovisivo utilizzano come testimonianza della strategia del terrore, vedi La prima linea di De Maria dove si scorge la tradizionale sequenza della scoperchiatura del cratere della bomba di piazza Fontana, paiono reperti museali privi di intensità drammaturgica. «Non solo un ragazzino negli anni 2000 non sa cosa sia quella strage, ma nemmeno io avevo un quadro chiaro prima di lavorarci sopra», racconta Carlo Lucarelli, autore di una puntata di Blu Notte su Piazza Fontana e venerdì prossimo relatore al Courmayeur Noir Fest sulla ricorrenza della tragedia. «In ogni caso se avessi detto strage di Piazza Fontana, sia per un ragazzino che per me, avrei detto una cosa che non rendeva più al massimo le emozioni che ci stavano dietro. Raccontando quell'evento ho voluto mettere in fila tutti i fatti possibili, dargli un filo narrativo per raccontarli ad uno che non ne sapesse nulla, provando a restituirgli la carica emotiva persa». Gli strumenti del narratore letterario e cinematografico, i codici e gli stilemi di un immaginario di genere come nuova strada per raccontare le stragi neofasciste del passato. Giovani leve appassionate, indignate, competenti avanzano. Ma se è solo una questione anagrafica meglio non dirlo a Rulli e Petraglia che per conto di Cattleya stanno scrivendo il primo film di fiction su Piazza Fontana.