Caro direttore,
ti scrivo sull'onda dell'emozione che provo ogni volta che la cronaca mi costringe a ripensare a come uscii dalla scuola Diaz in una famosa notte di oltre sei anni fa: sanguinante e in stato d'arresto. Da quel giorno mi batto, con tanti altri, per ottenere un risarcimento morale da parte del mio paese. E' un obiettivo che mi pare sempre più lontano.
Mi hanno riferito oggi dell'interrogatorio in tribunale a Genova di Alessandro Perugini, imputato al processo per i maltrattamenti sui detenuti nella caserma di Bolzaneto. Sembra che abbia risposto di non avere assistito ad alcuna violenza né di avere sentito persone che si lamentavano dentro la caserma. Può anche darsi che sia così, non ho elementi per smentirlo.
Ma non è questo il punto: Perugini deve difendersi e la legge gli concede anche il diritto di mentire. Io mi domando un'altra cosa: com'è possibile che un funzionario si presenti in aula, a rispondere di accuse così gravi e infamanti, con un grado più alto di quello ricoperto all'epoca dei fatti? Perugini era vice capo della Digos nel 2001, oggi è vice questore. E' stato promosso. E dire che deve rispondere anche di altre accuse, in un procedimento a parte, quello per l'arresto e il pestaggio di un minorenne fermato sulla base di false accuse e picchiato dagli agenti. L'episodio è fra i più noti del G8, per via di una ripresa che mostra il funzionario - in borghese, con una maglietta gialla - mentre colpisce o tenta di colpire (ma cambia qualcosa?) con un calcio in faccia il ragazzino inginocchiato, circondato dagli agenti e con il volto già coperto di sangue. Un coimputato di Perugini ha patteggiato la pena, 'cavandosela' con diciotto mesi.
Diciamo la verità: in un paese che avesse a cuore la custodia della propria Costituzione, tutti i funzionari imputati nei processi scaturiti dal G8 sarebbero stati sospesi, nell'interesse supremo dello stato e delle forze dell'ordine. Da noi no, nonostante abbiamo da oltre un anno un "governo amico". Da noi un ex vice capo della Digos arriva in aula come vice questore, quindi con l'incoraggiamento avuto nel frattempo dai suoi superiori e in definitiva dallo Stato, e dice di non avere notato nulla di strano (Non ho assistito a episodi di violenza e non ho sentito persone che si lamentavano» ha dichiarato ieri al processo per i pestaggi da parte delle forze dell'ordine nella caserma di Bolzaneto durante il G8 ndr ) in quelle due celle dove una ventina di detenuti stavano in piedi con le mani in alto e il volto verso il muro. Racconta di gas urticanti spruzzati sui detenuti e di fermati messi inutilmente in manette e non sembra provare né sdegno né preoccupazione: all'epoca si limitò a mettere un carabiniere di guardia alle grate delle celle e ordinò di togliere i ferri ai detenuti.
Mi viene in mente uno dei romanzi di Camilleri, "Il giro di boa", che noi "reduci di Genova" citiamo spesso. In quel libro il commissario Montalbano ascolta alla televisione la notizia del rinvio a giudizio degli agenti implicati nell'irruzione alla Diaz e ha una crisi di coscienza. Pensa di dimettersi. Per trovare un agente di polizia pubblicamente indignato per il G8, dobbiamo tuttora ricorrere a un poliziotto che non esiste...
Caro direttore, come sai anche i dirigenti di grado più alto imputati al processo Diaz sono stati promossi. La notte della Diaz erano nel cortile della scuola e li ricordo bene: li osservai mentre passavo in barella. Spiccavano, fra tanti uomini in divisa, per le giacche e le cravatte. Al processo non sono venuti. Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, come imputati qualsiasi, e nessuno ai vertici dello stato sembra avere niente da obiettare. Io ne sono amareggiato e ti confesso che sarei curioso di incrociare i loro sguardi. Quando ci incontrammo la prima volta, il 21 luglio 2001, io avevo i piedi in avanti e loro giravano impettiti. Ma solo io e gli altri 92 che erano con me dentro la scuola, siamo usciti a testa alta dalla Diaz. E se davvero ci incontrassimo, non saremmo noi ad abbassare lo sguardo. Ecco perché, caro direttore, i processi di Genova, l'interrogatorio di Perugini e le mancate testimonianze degli altri imputati, sono soprattutto una questione morale.