A piazza Alimonda arrivano anche gli stranieri. Sono i ragazzi della Diaz, quelli accusati di resistenza. Sono i ragazzi di Bolzaneto, torturati in un paese che credevano democratico. Tra di loro ci sono gli spagnoli di Saragozza, tra cui Aitor Balbas. 40 anni, laureato in geologia, oggi lavora in una ditta indipendente di produzione e distribuzione di documentari sociali. «Facciamo anche noi molte interviste», dice ridendo.
Come arrivò a Genova?
Sono venuto a Genova da Saragozza con un furgone, insieme ad altre 15 persone. Eravamo del Mrg, il movimento di resistenza globale che si era esteso man mano in varie città della penisola iberica. Facevo parte di un movimento sociale legato soprattutto alle realtà associative e prima di Genova andammo a Praga nel 2000. Io poi venivo dall'antimilitarismo, ho combattuto contro il servizio militare obbligatorio dal '93 al '96, fummo in 15 mila a disertare la leva e io mi feci anche un anno di carcere. Eravamo un grande movimento pacifista, chiedevamo la sostituzione del militare col servizio civile e con noi c'erano i sindacati, alcuni partiti. Finalmente il servizio fu abolito nel 2001. Il movimento antiglobalizzazione ha preso le pratiche, gli spunti e le idee del movimento antimilitarista, di quello femminista anti-patriarcale e di quello ecologista. E poi allora c'era un collegamento con movimenti dei paesi in via di sviluppo, come Via campesina.
Che speranze avevate venendo a Genova. Che cosa vi aspettavate?
Un ciclo politico si era aperto. Secondo me ereditava le pratiche del movimento zapatista che fu l'inizio di un certo uso dell'informazione, di un discorso che prestava alla sinistra una semantica rigenerata e sapeva proporre un'idea di esercito in maniera quasi sovversiva. Credo che per noi spagnoli in qualche modo chiudesse il ciclo aperto dalla morte di Franco nel '75. Per noi Genova era l'opportunità di una dimensione globale. Qui c'erano gli attori di tutta la protesta e sapevano superare i limiti dei partiti.
Lei dove è stato?
Ero alla Diaz, poi a Bolzaneto, poi nel carcere di Alessandria. In qualche modo per noi che stiamo nei paesi baschi (io sono di Pamplona anche se studiavo a Saragozza), non è eccezionale che uno stato occidentale sospenda i diritti democratici. Però vedere un atteggiamento simile a Genova mentre tutti gli obiettivi del mondo erano puntati fu un vero shock. Per me il potere non fu in grado di reagire al fatto che 300 mila persone protestassero in una città occidentale. Per loro fu una crisi. E lo stato italiano invece di affrontarla e garantire i diritti della gente, ci vietò con l'esercito di entrare nella zona rossa e ci attaccò. Poi penso che lo scopo di tutto fosse di rompere il movimento, facendo esplodere le contraddizioni rispetto alla reazione da tenere davanti alla violenza.
Quante volte è tornato a Genova?
Sono venuto sette volte per deporre ai processi e inizialmente per difendermi dalle accuse di resistenza, reato attribuito a tutti gli arrestati della Diaz.
Lei fu uno dei primi di Saragozza ad essere contattato dall'avvocato genovese Emanuele Tambuscio. Quelle denunce furono portate in Procura e così iniziarono le inchieste...
Appena tornati in Spagna andammo a denunciare tutto alla procura di Saragozza. Poi una volta qui a Genova facemmo una denuncia ancor più dettagliata. Ad esempio io raccontai che la cosa che mi impressionò maggiormente fu che, arrivato a Bolzaneto, vidi un ragazzo ammanettato a una sedia con in testa un cappuccio nero. È la stessa immagine che vidi anni dopo ad Abu Ghraib! E poi nel carcere di Alessandria, appena arrivato un compagno, Loren, si trovò davanti a un medico che gli fece alzare le braccia e gli tirò un pugno rompendogli una costola. Un medico! Rimasi veramente scioccato da quella scena. Lo shock peggiore dopo la morte di Giuliani.
Dieci anni dopo è di nuovo a piazza Alimonda. Che sensazioni ha?
Una sensazione di allegria. Ho incontrato tanti amici. Ho ritrovato italiani eccezionali e Genova m'incanta. E poi dieci anni dopo sono contento di vedere che qualcuno, oggi nei paesi arabi, ha ereditato le nostre proteste di allora. Stanno maturando nuovamente le condizioni per la creazione di un movimento di protesta globale, e questo mi rende felice.