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Indulto: superiamo la fase dell'allarmismo
Carla Chiappini (Direttore della rivista "Sosta Forzata")
Fonte: Progetto Uomo, 28 novembre 2006
30 novembre 2006

L'efficacia del provvedimento è direttamente legata alla capacità di sostenere chi esce dal carcere affinché non ricada nel vortice delinquenziale.

Nel giugno scorso le carceri italiane contenevano un numero spropositato di persone - 61.246 - quasi il doppio di quelle previste; in alcuni istituti si dormiva su materassi di gomma piuma poggiati direttamente sul pavimento. C'erano numerosi casi di scabbia e Tbc, una situazione sanitaria ai limiti della civiltà. Impossibile pensare alla "rieducazione" prevista dalla Costituzione; pochissimi educatori costretti al lavoro di ufficio non erano in grado di fare colloqui, né, tanto meno, di pensare a un "trattamento personalizzato". La legge dello Stato che disciplina l'esecuzione penale era evasa in quasi tutti i suoi articoli. I richiami ufficiali del Comitato Europeo di Prevenzione della Tortura senza esiti positivi.

Si poteva fare meglio? Con tempi più ragionevoli? Probabilmente sì ma l'impressione è che tanti sarebbero stati comunque scontenti-arrabbiati. Quasi che l'indulto fosse un torto fatto personalmente a ciascuno di loro. Questo provvedimento non è sicuramente una soluzione al male delle carceri italiane ma era un passaggio inevitabile. Credo, onestamente, che non fosse ipotizzabile null'altro in tempi ragionevoli.

Dall'indulto in poi l'informazione si è scatenata, sollevando, in modo spesso scorretto e distorto, paure e ansie dei cittadini, senza produrre dati concreti, affidandosi a sentimenti e rivalse, allontanando la riflessione dall'ambito utile della razionalità, regalando legittimità a qualsiasi parere raccolto un po' ovunque. Proponendo sondaggi tanto viziati nella forma quanto inattendibili nella sostanza.

Ora la serietà del tema, il forte coinvolgimento che ha sulla vita di persone reali, siano esse vittime o autori di reato o familiari e amici, avrebbe richiesto una maggiore sobrietà e competenza. Insomma vorrei che passasse il concetto che l'indulto non ha lo stesso peso dello scandalo del calcio italiano o dell'isola degli aspiranti famosi. È altro. Anche a livello di pensiero.

Credo sia per questo che risulti così difficile mettere ordine sulle tante - troppe - cose dette scritte e raccontate. Perché, dietro all'attualità del provvedimento, a mio avviso, si agitano pensieri più profondi e complessi, dubbi, valori e convinzioni radicate nell'intimo delle persone, forse mai discusse o affrontate con chiarezza: la pena, la certezza della pena, la pena come punizione-vendetta o come strumento di rieducazione. Una Costituzione molto avanzata e molto civile, formalmente condivisa dai più ma poco assimilata e ancora estranea al modo di sentire di gran parte dei cittadini, a prescindere dall'orientamento politico.

I toni e le parole che abbiamo sentito in questo periodo rinviano all'idea di vendetta, il verbo-chiave è "pagare". Il concetto educativo che supporta questo modo di pensare è quello delle botte, del castigo, dell'angolo buio. Ben lontano dall'idea di riabilitazione, responsabilizzazione, crescita personale su cui poggia tutta la legislazione degli ultimi vent'anni; dalla legge Gozzini in poi.

E il carcere stesso risente in modo evidente di questa contraddizione; al mandato di rieducare difficile e impegnativo non sa rispondere, per cui si impegna soprattutto a punire. Con l'inevitabile conseguenza di rimettere in libertà persone distrutte, demotivate, sconfitte e molto arrabbiate. Come una giostra infernale.

Sbagli, paghi, soffri, stai male e soffri e poi, mi raccomando, inventati una vita nuova. Con quali risorse non è chiaro, avendo spesso esaurito quelle fisiche e mentali per resistere ad una reclusione fatta di ozio, noia, immobilità e attese interminabili di tutto; dal medico al lavoro che non c'è quasi mai o, se c'è, dura lo spazio di un mese. Forse di questo sarebbe opportuno parlare. Forse una riflessione più seria e rispettosa darebbe frutti migliori. Per tutti.

Ma, riprendendo le fila del discorso sull'indulto, occorre fare un po' di chiarezza anche sui numeri che, probabilmente, tranquillizzano più dei ragionamenti. Alla fine di agosto, delle 21.000 persone liberate ne erano tornate in cella 340; cioè l'1,6% di quante avevano usufruito del provvedimento. Al 18 settembre il numero era salito a 609, di cui 271 stranieri. Tra loro 118, unicamente perché sprovvisti di permesso di soggiorno, quindi non per azioni criminose ai danni dei cittadini liberi.

Il sito A Buon Diritto riporta che: "Dal 1 agosto al 1 settembre 2006 sono entrate in carcere 6.337 persone, fra le quali quelle beneficiarie dell'indulto, mentre nello stesso periodo del 2005 erano state 6.923". Questi sono i numeri dell'indulto a tutt'oggi. Forse è effettivamente prematuro l'allarme che si respira tra la gente; forse è tempo di alzare la qualità della riflessione.